1. Sessualità e autodeterminazione: la legge del cuore di Sibilla Aleramo
La concezione della sessualità in Sibilla Aleramo si configura come uno spazio di conquista identitaria che si sviluppa dialetticamente tra un’iniziale negazione e la riappropriazione consapevole del desiderio. In Una donna, la sessualità è innanzitutto il luogo della violenza e della coercizione: l’esperienza dello stupro e del successivo matrimonio riparatore sancisce l’assoggettamento del corpo femminile a un ordine patriarcale che priva la protagonista di ogni possibilità di autodeterminazione, gettandola «nel baratro della disperazione», alla morte e alla follia, e in una condizione di ripetuti soprusi coniugali[i]. Anche un primo tentativo di adulterio, fallisce e si rivela ulteriore fonte di sofferenza.
«“Senza far soffrire nessuno... Si
può conciliare..."
Doveri? S'ingarbugliava. Si risolse,
troncò le dimostrazioni, mi prese le mani, ravvivò gli occhi, mi disse che mi
amava, ch'io pure l'amavo, che saremmo stati felici presto; mi dava del tu; si
alzò, mi trasse a sé, improvvisamente mi baciò in bocca; e allontanandolo io
con un gesto, di nuovo mi dichiarò che non voleva nulla da me ch'io non
sentissi spontaneamente di concedergli; che gli bastava sapere che il mio cuore
era suo, sentir dalle mie labbra ogni tanto e dalla mia penna le inebrianti
parole della passione. Mi attrasse di nuovo, e appoggiata al suo petto, la sua
guancia accanto alla mia provai per un attimo l'impressione di esser travolta,
naufraga, da un naufrago[ii].»
È solo attraverso la rottura con quella struttura oppressiva
- e dunque mediante la scelta radicale dell’autonomia - che Aleramo può
rielaborare la sessualità come dimensione positiva, legata alla libertà del
sentire e all’emergere di una soggettività femminile autonoma. La pubblicazione del suo primo romanzo
coincide con l’abbandono della famiglia e con la dolorosa separazione dal
figlio Walter, segnando al contempo la nascita di una nuova identità femminile:
non più Rina Pierangeli Faccio - figura ormai consegnata al passato - ma
Sibilla Aleramo.
«Il maschio di specie elementare che
fu poi mio marito mi ghermì a tradimento, a sedici anni. Tale fu la violazione
che per lungo tempo il mio aspetto recò i segni dell’arresto, d’uno smarrito
sgomento, come d’una povera piccola deportata in regioni senz’aria né luce. Ti
ho mostrato una fotografia del mio ventesimo anno: molto meno “viva” di quel
che sono ora, con immensi occhi stupiti e tutto il volto soffuso di patetica
gravità... Ma quando, più tardi, imparai l’amore, ritrovai la primitiva
freschezza, lo sguardo ritornò stellato... [...] Amo, dunque sono[iii].»
Nei testi maturi, e in particolare
in Amo dunque sono, la sensualità diventa ora espressione di un’identità
ricostruita: la scrittrice rivendica il diritto al desiderio attraverso un «sovversivo riconoscimento della sua
sensualità selvatica e raffinata», capace di attraversare il corpo e
la scrittura[iv] .
Lungi dall’essere relegato a istinto o colpa, l’erotismo si eleva a principio
ontologico, nucleo della legge del cuore mediante cui Aleramo supera la
logica razionale e fonda un nuovo paradigma di conoscenza basato
sull’intuizione e sull’emozione[v]. In
questa prospettiva, la sessualità diventa non solo lo spazio in cui la donna
riconquista la propria voce, ma anche il fulcro di una nuova etica femminile,
radicata nell’ascolto di sé e nella libertà di desiderare. Va specificato come
per la scrittrice il passaggio «da una vita senza amore[vi]» delle prime due parti di Una
donna a una «in cui nessuna relazione è possibile se non vi è amore[vii]» è tutt’altro che privo di
sofferenza.
2.
La rivoluzione intima di Sibilla Aleramo
L’opera di Aleramo può essere letta come un laboratorio di rielaborazione dell’esperienza amorosa, in cui la relazione non viene né idealizzata né negata, ma attraversata nella sua ambivalenza costitutiva. La scrittrice riconosce con lucidità il rischio di annichilimento che l’amore comporta, senza tuttavia rinunciare alla sua necessità vitale. È proprio in questa tensione, mai pacificata, che si inscrive la specificità della sua ricerca. In questa prospettiva,
l’analisi dell’opera di Aleramo consente di mostrare come le idee possano
svincolarsi dal contesto storico e dalla specifica localizzazione in cui sono
sorte, rivelando una portata teorica e storica che eccede il proprio tempo[i].
Pur muovendo da una comune critica della fusione simbiotica e delle sue
implicazioni di dominio, nei suoi scritti, in particolari quelli più tardi, Aleramo
si distanzia infatti da entrambe le posizioni e ne riformula gli esiti,
spostando l’attenzione non sulla negazione della sessualità né sulla sua
separazione dall’altro, ma sulla trasformazione del rapporto stesso.
«Dissi in quel tempo che soltanto ad
un interiore comando avevo ubbidito lasciando la casa dov’ero moglie e madre.
Come si va a un martirio…. Non era per amore di un altr’uomo ch’io mi liberavo
ma io amavo un altro uomo[ii].»
È
l’amore nella sua forma più pura, quella dell’unità, ma consapevole
dell’annichilimento a livello personale che essa comporta, ciò che Aleramo cerca
in tutte le sue relazioni. Pertanto, in quanto, «profetessa senza Dio»
come scrive di
lei Gobetti o «sacerdotessa
dell’amore[iii]»,
resta
innanzitutto fedele a se stessa e al suo sentimento, anche a scapito della
stabilità tanto economica quanto affettiva. Ad esempio, Aleramo assiste alla
fine della relazione duratura e stabile con Giovanni Cena per seguire il
sentimento che la lega a Lina Poletti, scegliendo così di vivere un rapporto
triangolare che include anche una donna[iv]. Una configurazione
affettiva che Cena, profondamente geloso, non riuscirà ad accettare.[v] Mai per
convenienza, sempre per «sincerità e coraggio», Aleramo esplora le relazioni in
tutte le loro forme anticipando, in questo contesto, quello che verrà
teorizzato come poliamore negli anni Novanta del secolo scorso[vi].
«Vi amo entrambi… Forse egli
assomiglia più che a te a quel mio io che la vita ha foggiato, e tu più che lui
sei conforme a quell’altro io che la natura aveva disposto[vii].»
Amo dunque sono, titolo del suo terzo romanzo, esprime in modo emblematico l’aspirazione di Aleramo a un ideale amoroso assoluto, proiettato verso la ricerca di un amore universale. La sua vicenda biografica ne rispecchia l’essenza. Al di là dei legami più noti con Giovanni Cena, Lina Poletti e Dino Campana, la critica ha messo in luce come la scrittrice abbia intrecciato, nel corso della sua vita, una rete articolata di relazioni affettive e romantiche con numerosi protagonisti della cultura italiana, documentate da carteggi, memorie e testimonianze coeve[viii]. Pur variando per natura e intensità, emergono figure come Umberto Boccioni, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini, Salvatore Quasimodo e Julius Evola, con cui Aleramo intrattenne scambi personali e intellettuali[ix]. In età matura, mantenne inoltre legami sentimentali non convenzionali, tra cui la lunga relazione con il giovane Franco Matacotta, durata circa un decennio nel secondo dopoguerra.
Leggendo i diari e le lettere, ma anche i romanzi dell’autrice, spesso autobiografici, emerge con chiarezza la consapevolezza del dolore e della sofferenza che l’esperienza amorosa può comportare. Il senso di perdita e di annullamento di sé diventa, nell’arte di Aleramo, qualcosa di radicalmente diverso da una mera passività: è una condizione attraversata e riconosciuta, mai inconsapevole.
«Che vale l’orgoglio? Perché mentire? Senza amore non si vive. Ti amo, ho bisogno di te… sono stata lontana tutto questo tempo infinito, non t’ho detto nulla della mia tortura… [...] Tu non piangi, è vero mentrì’io ho ore come queste… Ma non è inferiorità la mia…[xi]»
Vi è in Aleramo una sorta di necessità dell’amore
incondizionato, accompagnata tuttavia da un lucido riconoscimento della propria
bisognosità. La sua opera rappresenta così la possibilità di una vera e propria
rivoluzione intima, capace di continuare a interrogare il pensiero femminista
attuale. Una rivoluzione che non coincide né con una liberazione compiuta né
con l’elaborazione di un modello normativo alternativo, ma con una pratica
incessante di verità del desiderio, che rifiuta tanto l’essenzialismo metafisico
quanto la neutralizzazione politica del corpo.
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