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Agnes Ravatn, Il tribunale degli uccelli





Una ragazza, Allis, lascia un passato tormentato e si avventura in un’atmosfera da Barbablù nel fitto di una sorprendente natura norvegese che si sprigiona nella sua intensità a ridosso di un fiordo.


Forse potrà stupire il lettore italiano l’idea di caldo torrido per l’estate norvegese, richiamata almeno due volte, nel giardino dove si immola Allis agli ordini del suo datore di lavoro. Un taciturno e cupo Bagge, che fa così di cognome, che le fa capire di voler vivere rinchiuso tutto il giorno nel suo studio in attesa di una fantomatica moglie musicista che prima o poi dovrà tornare:

C’era qualcosa che non andava in tutto quanto: che una coppia di coniugi vivesse qui, senza automobili, senza curare il giardino. Lui chiuso nello studio tutto il giorno, la moglie assente.

I compiti di Allis, che ci parla in prima persona, sono chiari: giardino e poi giardino, cucinare, mangiare separati e pulire casa.

Ci si diletta così di giardinaggio, imparato in tutta fretta da un manuale trovato nei ripiani del capanno degli attrezzi, così come di buona cucina, imparata da un quaderno magicamente trovato in fondo a un cassetto.

Allis però a sua volta non è tanto trasparente, ha una cultura umanistica che l’ha fatta approdare a una carriera universitaria nonché, forse in maniera apparentemente malandrina e discutibile, ai circuiti televisivi norvegesi. È questo suo passato piccante che la costringe alla fuga, dopo uno scandalo, e a reinventarsi da capo come fosse un’altra persona:

Era proprio questo il lato del mio carattere: la mancanza di forza di volontà, di autodisciplina. Ma il problema era appunto che serviva forza di volontà per sviluppare forza di volontà. Una persona più solida, ecco cosa doveva diventare: una donna dal carattere più deciso. Adesso o mai più. Qui avevo tutto quello che serviva: solitudine, giornate lunghe, compiti limitati e prevedibili; ero libera dallo sguardo degli altri, dalle loro chiacchiere, e avevo un giardino intero solo per me. 


A casa di Bagge, che la mette evidentemente in totale soggezione con quelle regole ferree, si appiattisce contro i muri, arrossisce, prova vergogna di sé e vive con un perenne nodo allo stomaco. Bagge gioca con lei a rimpiattino, sparisce e si materializza; dal profondo distacco “io, tu” si può passare a un “noi”, ma con andata e ritorno. 

Poi entra in scena l’alcool, vino e superalcolici, che diventa protagonista assoluto cambiando le regole del gioco definitivamente, talché Bagge diventa Sigurd, col suo nome di battesimo.

Comincia a prendere corpo allora l’inquietudine di Sigurd, diversa e arrabbiata, suscettibile, pericolosa. Allis ha sempre più paura per sé e comincia un gioco di assenze e presenze nelle quali si può ormai insinuare il sospetto del lettore.  Dove andiamo a parare con tutta questa tensione? Il pregiudicato evidentemente è Sigurd che sconfina nel mito norreno narrato dall’Edda.

Mentre riempivo il secchio in cucina, lo vidi uscire in giardino. Era alto e imponente e chinava d’istinto la testa quando entrava o usciva da una stanza. All’aperto camminava lento e dritto con certe scarpe pesanti da montagna, e non faceva alcun rumore, nonostante le sue dimensioni. Senza un motivo evidente, quando lo vedevo muoversi così pensavo al dio Baldr. 

Così Allis ci spiega in un lungo excursus chi è Baldr, perché è un’esperta di queste storie mentre delle nostre non tanto. Magari fosse vero quanto sostiene Agnes Ravatn a proposito degli Etruschi con tanta sicurezza, ovvero che conosciamo il nome che avevano dato al mese di febbraio ricalcandolo su quello del dio dei morti…

Tornando invece alle sue divinità, Allis sa riconoscere in certi fiorellini bianchi che spuntano dalle crepe del muretto del giardino, le “Ciglia di Baldr”: sono simili a margherite dalla corolla che si chiude la sera e si riapre al mattino come un occhio che batte le ciglia.  È una storia “triste e bella insieme” che vede Baldr, il più bello e il più amato fra gli dei, destinato a una morte che è preludio al Ragnarök, il crepuscolo degli dei.

E tutto questo è preludio di una fine travolgente di acqua, di tenebra e di sogno, catartica, che rimette il lettore  sui suoi due piedi e lo lascia  tranquillo perché tutto è davvero finito e in sospeso non c’è più niente. 


di Gioavanna Bagnasco  

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