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Kitsch, intervista a Daniela Iride Murgia


Tra le prime domande che ho fatto a Daniela Iride Murgia, autrice e stranamente non anche illustratrice per questo particolare albo illustrato dalla copertina fucsia, vi è stata quella relativa a Gillo Dorfles, che ha concettualizzato a livello sociologico il kitsch appunto. Inizio quindi da qui a riportarvi le mie domande all'autrica che sono anche mie riflessioni.


Consiglio questo albo a tutti perchè  di una profondità disarmante, "quella di chi ha molto vissuto e si concede la leggerezza assennata."


Intervista a Daniela Iride Murgia


Poiché nel libro si parla di un anziano signore con gli occhiali e la dedica e’ riservata a tutti i bambini che si chiamano Gillo, ma non solo, vorrei chiederti se si tratta proprio di Gillo Dorfles.


No, non si tratta di Gillo Dorfles, ma l'osservazione solerte che c'è dietro la domanda mi solletica. Sotto traccia il mio pensiero è corso sicuramente più volte allo storico dell'arte.

Comunque quell’uomo anziano, rappresentato su una panchina accanto alla bambina protagonista, è un uomo saggio, un archetipo - e non uno stereotipo - di una figura da imitare che soppesa, osserva, assolve, sospende il giudizio e dopo molto vissuto si concede la leggerezza assennata di dire che “kitsch è il sole, quando la sera tramonta tutto rosso e si poggia piano piano sulle cose lontane e vicine, come una coperta…”



Come è nata l’idea di scrivere un testo per bambini sul kitsch?


Erano decenni che il mio pensiero ruotava intorno a questo concetto, che ancora per me rimane inafferrabile, è una parola, talmente libera di essere interpretata, che alla fine sfugge in maniera indisponente e divertita a qualsiasi tentativo di tradurla nella concretezza del quotidiano. Quella bambina potrebbe essere ognuno di noi con tutti i dubbi e le sospensioni del caso.



Oggi più che mai che siamo sommersi dal “cattivo gusto” quale è il messaggio del tuo libro?


Io non sono in grado di sciogliere questo nodo che è il mondo e tantomeno credo lo sia questo libro, il mondo è un groviglio di informazioni, di stimoli, di vissuti, di teatri di guerra e pace, una palla infuocata tra le nostre mani e allo stesso tempo il nostro unico salvagente. Per me il cattivo gusto non si colloca solo e soltanto nella parte visibile e visiva delle cose, nella moda o nelle abitudini, piuttosto si infila di soppiatto nei comportamenti e non è mai univoco, di questo parla il libro.



Ci sono momenti in cui i fiori di plastica vanno bene e altri no, una cosa certa è che gli alberi non sono mai kitsch. In questa confusione mediatica e bombardamento di immagini, quanto e’ importante l’educazione al gusto e alla capacità di cogliere la bellezza?



Più che cogliere la bellezza nelle cose, che sarà sempre una sensazione e un

vissuto soggettivo, si tratta per me di stare ad osservare le cose, analizzarle,

viverle, palparle, portarsele nel taschino - come un architetto che ha sempre una penna nel taschino - come si fa con un sasso raccolto su una spiaggia, se ne soppesa la consistenza, il colore, il grado di scorrevolezza, l'asperità, ma dire di quel sasso che è bello, in una sola parola, è negargli il suo dato reale di esistenza complessa.



Come mai in questo caso hai voluto scrivere e non anche illustrare il libro? Come è stata la collaborazione con Daniel Torrent?


Scrivere mi riesce più naturale che illustrare, l'ho sempre fatto, nella scrittura mi ritrovo allineata, ma sopratutto vedere il proprio mondo attraverso gli occhi di un altro creativo è un atto di fiducia, è una consegna ad occhi “quasi” chiusi. Ho suggerito Daniel Torrent - con il quale l'editrice Giuliana Fanti aveva già collaborato in sintonia - perché trovo sia un artista che si concede all'illustrazione, un creativo che si declina ogni volta al servizio del suo fruitore senza snaturarsi.







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