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Io sono una sirena: educare alla parità con libri d'altro genere


Il semplice quanto geniale espediente narrativo di invertire gli aggettivi caratterizzanti i protagonisti delle fiabe tradizionali, permette di riflettere su quanto gli stereotipi siano ormai talmente radicati nel nostro modo di pensare da farci credere che siano la realtà. 

In Fiabe d’altro genere, un libro illustrato dall’artista Karrie Fransman che rende quest’opera un vero gioiello, e scritto a quattro mani con il marito Jonathan Plackett, gli autori si divertono ad invertire i generi dei personaggi delle storie. Il libro, come spiegano gli autori, nasce quasi per un gioco e diventa serio quando hanno una figlia e vogliono che “cresca in un mondo in cui le bambine possono essere forti e i bambini possono esprimere la loro vulnerabilità senza rabbia.”


Questo non vuole dire che le fiabe tradizionali non debbano più essere narrate. Semplicemente da sempre la materia orale di cui sono fatte le storie, le rende particolarmente duttili e malleabili ai cambiamenti. Adattabili alle epoche e al pubblico a cui sono rivolte.


E oggi, pensare che sia Gretel e non Hansel ad avere le buone idee, ad essere coraggiosa e forte, può aprire nuovi spazi alle future donne che la ascoltano. Questo non vuol dire che Hansel sia da meno e che i maschi non siano intraprendenti, ma semplicemente che tale caratteristica non sia per forza legata ad un genere, ma è specifica di una persona.


E questo vale per il coraggio, ma anche per la bellezza, l’ingordigia, la generosità e la forza. 


Quanto il linguaggio, soprattutto italiano, possa determinare il modo di pensare e’ stato diffusamente dimostrato da Alma Sabatini. Pertanto, penso che anche solo cambiare i nomi e gli aggettivi delle fiabe che vanno a costituire il nostro senso comune possa rendere meno rigide le distinzioni di genere. Soprattutto quando vengono corredate da illustrazioni meravigliose come quelle di Fransman.




Irene Biemmi e il gruppo legato al progetto POLITE (Pari Opportunità nei LIbri di TEsto) hanno fatto grandi passi nello studio degli stereotipi radicati nella letteratura per l’infanzia e in particolare nei libri di testo scolastici delle scuole primarie. Personaggi maschili e femminili vengono tutt’ora abbinati a determinati ruoli e aggettivi, fungendo inevitabilmente da modello ai bambini che ne usufruiscono.


“Non si dovrebbero definire le donne mediante attributi fisici quando gli uomini vengono descritti attraverso attributi intellettuali o posizioni professionali.”


Non solo i testi, ma anche le immagini hanno un ruolo determinante. Esse sembrano, sempre secondo le analisi effettuate negli ultimi anni sui libri scolastici, voler enfatizzare i contenuti stereotipati dei testi e, al tempo stesso, sminuire i contenuti più innovativi. Le incoerenze individuate tra immagine e testo determinano un effetto analogo: quello di sminuire e contrastare i contenuti anticonvenzionali proposti dai testi in merito a figure femminili. Il genere femminile più di quello maschile viene frequentemente rappresentato con luoghi comuni. Attraverso simboli che identificano i ruoli sessuati nella famiglia e nella società e le caratteristiche psicologiche di maschi e femmine che appaiono come innate e naturali. Ad esempio il grembiule da cucina per la mamma e la poltrona, riservata ai maschi, come anche il giornale e la televisione, quasi a dire che solo i maschi possono permettersi di svagarsi, riposarsi, informarsi, acculturarsi, poi la valigetta, indizio di lavoro prestigioso e ben remunerato, e gli occhiali, simbolo di intelligenza, di sapienza, di autorità.


In quest’orizzonte diventa evidente come tutto ciò che si discosti da questa presunta norma divenga oggetto non solo di discriminazione, ma a volte anche di persecuzione. Come nel caso delle bambine e dei bambini che hanno atteggiamenti considerati dal contesto storico e culturale di appartenenza come più opportuni per il genere opposto e che per questo vengono emarginati, o in alcuni casi divengono vittime di bullismo. Si può fare l'esempio di bambine che preferiscono giocare con i supereroi oppure di bambini che mostrano di preferire le bambole, i giochi simbolici di imitazione e amano il rosa. Di per sé, tali comportamenti non hanno nulla di sbagliato, diventano un problema solo quando vengono stigmatizzati come sbagliati. O quando non vi sono modelli di riferimento che aiutino le bambine e i bambini a non sentirsi tali. 


In Femmina non è una parolaccia, manuale illustrato dedicato a bambine e bambini dai nove anni, Carolina Capria e Mariella Martucci mettono in evidenza ulteriori luoghi comuni che mettono a rischio una possibile emancipazione dagli stereotipi di genere.







La simpatica protagonista Nina, illustrata dalla bravissima Carlotta Scalabrini, e’ spericolata, molto diretta, magari irriverente, ma anche dolce e divertente. Gioca ai pirati con le sue amiche e scorrazza ovunque con il suo skateboard, ma deve giustificare il libro Piccole Donne, perché essendo un libro “da femmine”, è considerato noioso dai suoi amici maschi. D’altra parte consola il suo amico Ame, che non può piangere perché sennò e’ una femminuccia.


E’ così semplice essere femminista, anche Ame lo è, significa essere se stessi, significa superare la convinzione che bisogna seguire delle regole che ci dicano come bisogna essere femmine o maschi. E soprattutto significa credere nella perfetta parità tra uomo e donna. 


“Leghiamo le nostre identità al genere sia esso corrispondente o meno al nostro sesso biologico. Questo può scatenare dei conflitti non indifferenti in chi non si identifica nel genere assegnato alla nascita, in entrambi i generi, o ancora in nessun genere.”


Ma ancora non basta, come scrive Judith Butler, il tema del femminismo va legato al discorso più ampio delle teorie queer.  


“Ritenevo, e lo ritengo ancora che ogni teoria femminista che restringe il significato del genere ai presupposti della sua stessa pratica istituisca norme di genere che producono esclusioni all’interno del femminismo, e che spesso conducono all’omofobia.”


E senza far attivare i campanelli dell’allarme gender nelle scuole, e lungi da me entrare in qualsiasi polemica di chissà quale complotto per l’annullamento di ogni differenza, in tempi di dibattito parlamentare su un tema delicato e complesso come l’identità di genere non si può non fare riferimento ad albi illustrati innovativi sul tema transgender. 


Julian e’ una sirena e’ un silent book che accompagna le bambine e i bambini per mano alla scoperta di nuovi percorsi di ricerca di identità. Le illustrazioni a pastello e piene di colore di Jessica Love, rendono l’atmosfera dell’albo carica d’amore e trasmettono un senso di accoglienza della diversità. Le sirene sono le donne affascinanti che Julian incontra in piscina e che lo lasciano ammutolito. Ma anche la sua nonna e’ una sirena, una sirena vera, capace di accogliere il suo nipotino, che appunto vuole diventare anche lui una sirena.


 





Bibliografia: 


Irene Biemmi, Educare alla parità. Proposte didattiche per orientare in ottica di genere, 2012.

Judith Butler, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, 1999.

Jennifer Guerra, Il corpo elettrico, 2020.

Alma Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, 1993.





Commenti

  1. Sono davvero felice quando sento parlare di questi libri e vedo che hanno il successo che meritano! Credo sia fondamentale educare i bambini a questi argomenti, e se è possibile farlo giocando e leggendo, ancora meglio!

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  2. Ci vorrebbero più libri di questo tipo davvero belli e pieni di contenuto

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  3. Il messaggio che vuole trasmettere è bellissimo e dovremmo volere più letture di questo tipo

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