Passa ai contenuti principali

IL VENTO E IL SUO CAMPIONE: INTERVISTA A GIUSEPPE VALLERINI


In basso, poi in alto, dopo un attimo a sinistra. Quand’ecco che la luce dell’unico lampione che giungeva fin lì dalla strada illuminò a cinque metri da me il volto sporco de segnato di un barbone. Il mio Abate Faria.”




Nella tragedia greca Euripide ha introdotto il deus ex-machina, che ala fine interviene a sistemare la sorte dell'eroe. Un concetto che mi ha sempre affascinato, non solo perché afferma la superiorità del caso sulla divinità, ma anche e soprattutto per la sua imprevedibilità.


Questa imprevedibilità caratterizza la magia, i talismani, le streghe, la possibilità stessa dell’impossibile.


Oppure se - come Giuseppe Vallerini ne IL VENTO E IL SUO CAMPIONE -, guardiamo ad un grande classico quale Il Conte di Montecristo di Dumas, allora questa imprevidibilità che dà colore alla vita  la troviamo personificata nell’abate Faria, sotto forma di salvezza.



Siete pronti a conoscere il vostro abate Faria? O l'avete già conosciuto?


Ho il piacere di condividere con voi l'intervista all'autore di questa favola - romanzo di formazione.




INTERVISTA A GIUSEPPE VALLERINI



Il protagonista del tuo libro si chiama William Walsh, mi ha colpito perché questo è anche il nome di un poeta romantico che ha scritto dei testi importanti in difesa delle donne.

Volevo chiederti, se in qualche modo, è confluito nella tua favola.



Sarò sincero: non conoscevo l’esistenza di questo poeta romantico, ma sono felice che il mio protagonista ti abbia ricordato un personaggio di un simile spessore. Allora, William è stato scelto per “giocare” un po’ sul fatto di Elizabeth e William, tanto per citare Orgoglio e Pregiudizio, uno dei miei romanzi preferiti. Il cognome Walsh l’ho scelto perché mi piaceva il suono quando lo pronunciavo. Il secondo nome Gareth per la faccenda del nome adespota, e il fatto che grazie a lui potevo raccontare l’aneddoto con Frida.




Ho letto nei ringraziamenti che il tuo libro è rimasto per anni chiuso in un cassetto, ma che la storia te la sei portata dietro sempre. Cosa ti ha spinto in fine a scriverla?



E’ stata lei, la storia, a voler uscir fuori, a tutti i costi. Ha la presunzione di portare un messaggio vero e semplice allo stesso tempo: molte volte la felicità è sotto i nostri occhi, basta riconoscerla…anzi, dobbiamo avere la voglia di riconoscerla.




Che ruolo hanno secondo te le fiabe nelle nostre vite? La loro importanza (penso che anche per te ce l’abbiano visto che ne hai scritta una!) si esaurisce con la nostra infanzia?



C’è una fiaba alla quale sono particolarmente legato, Cenerentola. Mia figlia mi ha preso in giro quando mi sono commosso guardando l’ultimo film tratto dalla fiaba, quello con attori veri. La frase: “Sii gentile e abbi coraggio” è potentissima, se ti fidi, se riesci a farla tua, può davvero trasformare la tua vita. Non è facile ma bisogna provare.



Credi nella magia anche nella vita quotidiana? E’ un caso che nella tua storia siano i senzatetto o i disabili a farle da tramite?



Questa domanda è figlia di quella sopra e anche la mia risposta lo è: se noi riuscissimo, anche nelle avversità, anzi…soprattutto in quelle, ad essere lo stesso gentili e coraggiosi, faremmo ogni volta un atto di pura, meravigliosa magia.


Per quanto riguarda il senzatetto è stato un caso. Per Eddie invece ho preso spunto da una persona reale, che ho conosciuto con un altro nome…e che porto con me.



Oltre ad Alexandre Dumas, che citi spesso, e la meravigliosa Austen ci sono anche altri autori a cui ti rivolgi?


Da ragazzino ho adorato la prima produzione di Stephen King: IT, La zona morta, L’ombra dello scorpione, Stand by me, Le notti di Salem…..

Crescendo mi sono buttato sui classici, oltre quelli che hai citato, Jane Austen e Dumas, Dickens, George Eliot, Wilkie Collins, Defoe, Stevenson, i grandi scrittori russi. Diciamo che continuo a preferire i classici e, quando scelgo i contemporanei, scelgo quelli che me li ricordano come stile di scrittura…penso a Il Petalo cremisi e il bianco di Michel Faber o a Il Cardellino di Donna Tartt.


Commenti

  1. Carezzedinchiostro2 ottobre 2020 08:37

    Complimenti per l’intervista! È sempre bello poter conoscere più a fondo un autore quando un libro ti ha entusiasmato ��io conservo di questa lettura un piacevolissimo ricordo

    RispondiElimina
  2. Un libro che non tarderà molto ad entrare nella libreria.

    RispondiElimina
  3. Bellissima intervista, molto interessante

    RispondiElimina
  4. Come sempre interviste davvero interessate e accurate 👍

    RispondiElimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

Ogni libro che parla di noi, intervista all'autrice Noemi Antonelli

  Meglio da soli che in tre. Ho letto questo Ogni libro che parla di noi in un un soffio anche perché chi ad un certo punto della sua vita, anche solo a livello platonico, non ha vissuto l’esperienza del dilemma amoroso? Se poi ci aggiungiamo che il trend d’union e’ la passione per i libri... ci sono tutti gli ingredienti per intrigare una bibliomane come me. Tuttavia, ho trovato un po’ troppo stereotipati i protagonisti e difficile immedesimarmi con quell’età di mezzo che non e’ nell’adolescenza ne’ l’età adulta, che a quanto pare si è ormai spostata alla soglia dei trent’anni. Non che ne abbia tanti di più, intendiamoci! Come ormai sapete cerco libri “graffianti” questo non lo è, e’ una lettura leggera, un romance colto e raffinato che saprà conquistare i più. Domande a Noemi Antonelli: Ad alcuni tratti leggendo il tuo romanzo ho come avuto l’impressione di leggere una storia dentro alla storia , una metà storia , in cui parlando del libro della protagonista. Sembrava

Intervista a Martina Pellegrini, MIMebù

L’intervista è incentrata sul ruolo e la potenzialità che hanno le immagini o le illustrazioni nelle diverse pubblicazioni letterarie rivolte alla prima infanzia, quindi alla fascia d’età dei bambini che va dai due ai sei anni. Nella convinzione che la lettura e, nello specifico la lettura correlata da immagini, sia fondamentale per lo sviluppo cognitivo dei bambini di tale fascia d’età - considerata unanimemente dai ricercatori a partire da Piaget e Bruner  “periodo della padronanza dei simboli”- , si prendono in considerazione i seguenti ambiti letterari: pubblicazioni sul mito, le fiabe, gli albi illustrati e le pubblicazioni scientifiche.  Nello specifico, si vuole indagare quanto sia importante la scelta delle immagini per veicolare determinati valori, primo fra tutti quello della differenza sia di genere sia etnica.  Le domande di seguito elencate sono quindi relative al mio progetto di tesi “Leggere al contrario: la potenzialità delle immagini nell’apprendimento inclusivo” in

UN LABIRINTO IN MARE

I miti col loro fondo di verità e leggenda non sfuggono alla deformazione dei racconti, agli inganni che gli uomini aggiungono e amplificano.” Un labirinto in mare  di Matteo Pizzolante mette in scena in una Grecia lontana l’eterno incontro-scontro tra logos e mythos: in altre parole tra ciò che è razionale e ciò che invece non lo è. Nel labirinto di Asteronte, il Minotauro, luogo mitico e ancestrale legato agli abissi della mente umana, metafora della nostra corruttibilita’, sono solo le parole - il logos - appunto, a creare la realtà. “Le parole sono il suono per far vibrare il mondo e le sue Cose. Con tutte le parole del mondo io potrò costruirlo qui, il mio mondo, fatto di parole che prendono vita, che volano o scavano o nuotano e tutte col proprio colore o luogo.” Il protagonista è Ipnomaco anziano pescatore-spettatore e fanciullo innocente. L’unico che   spinto dalla curiosità di bambino finisce nel labirinto del Minotauro e riesce a sopravvivere all’atrocità dell’incontro con